Pugni chiusi

Un sonno disturbato lascia scorrere via i sogni fusi con i ricordi ed il presente, lascinado spazio al vuoto del risveglio. Le grida del pianto premono sulla gola infilzando il respiro con i suoi artigli, mentre dalla sottile maglia di una tenda, schegge di luce del sole di domenica, arrivano a me come le punte infuocate di una lancia. Le coperte mi avvolgono come unica salvezza, le mie mani con i pugni chiusi stringono il dolore e la schiena contratta guarda il soffitto bianco che sembra scendere verso me a nascondere ogni colore tra la penombra di questa stanza. Vorrei non alzare più gl’occhi da quel cuscino, dai pugni chiusi far scivolare via le dita lentamente per ridare alla vita tutto quello che ho preso senza orgoglio, mentre sorretto dal sereno scorre lungo il canale che dal braccio arriva al cuore un fluido urente che riconduce ad ogni qualsiasi altro destino.

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maggio 11, 2008 at 7:43 am Lascia un commento

La nebbia dell’inverno

E poi arriva la notte. Col suo velo nero avvolge ogni casa, ogni palazzo e quelli che riconosci nei colori del mattino divengono ombre che disorientano piacevolmente. Il vento dell’estate ancora lontana soffia timidamente seguito ancora da spazzi di gelida nostalgia dell’inverno che stanco e lento piano piano se ne va. I primi fiori nei balconi iniziano a spuntare con i petali ancora verdi e robusti. Le grosse siepi nascondono tra i rami i boccioli bianchi pronti a sprigionare le loro essenze. Quelle finestre chiuse dai vetri freddi si aprono regalando fessure scaldate da tiepide luci del primo pomeriggio. Poi il tramonto tra le nuvole e qualche goccia di pioggia passeggera, regalano un brivido ed un abbraccio al cappotto, mentre un colore di ambra e caramello disegnano i profili di una Roma che non c’è più. E poi arriva la notte. La stessa notte di quando sedevo lì con te, un po’ angelo dalla veste rosso passione, un po’ diavolo dai capelli d’oro, la mia pozione, la mia fragola e panna, la mia primavera tra la nebbia dell’inverno.

aprile 29, 2008 at 7:45 pm 1 commento

L’azzurro lontano

In un pomeriggio mentre fuori c’era il sole, sei rimasta a sospirare in quel letto di ospedale, come stremata dopo una lunga corsa. Il viso pallido contornava i tuoi occhioni neri a volte spalancati nel vuoto e a volte chiusi nella gabbia del dolere che ti sdradicava da dentro. Io non ero lì, ma seguivo con ansia e finto distacco il tuo varcar la soglia. Quando poi il pomeriggio si allontanava con la sua nuova luce per lasciar posto alla sera di un sabato di primavera, tu hai lanciato il tuo ultimo saluto per spostarti da quel corpo calvo e martoriato da cellule nemiche, verso il sereno di un azzurro lontano. Il vuoto è tanto, inaspettato, senza voce e nel silenzio di un lago freddo e ghiacciato. Risento la tua voce, le tue risa, le nostre cene in pizzeria, i tuoi consigli e i tuoi abbracci di parole quando scoraggiato portavo gl’occhi in basso. Sarai un treno, te lo meriti, sarai il migliore, mi ripetevi a mani larghe e col sorriso rassicurante mi sfioravi i capelli. L’ultima volta che ci siamo visti era Natale, quando tra le luci di quello che sapevi essere l’ultimo albero, mi confidavi di esser stanca. Tu alla vita eri legata, non volevi lascirci, volevi lottare per rimanere presente, mentre nel profondo del mio silenzio ti invidiavo per il coraggio e mi odiavo per il mio disprezzo per ciò che non volevi lasciar scorrere via. Mi manchi.  

aprile 5, 2008 at 6:09 pm Lascia un commento

E così divenne amico mio

Quante ne hai passate amico mio per colpa di chi diceva di farlo per il tuo bene.

Quando con gli occhi di pianto ti rifugiavi tra le mura della tua stanza per sentire e lottare col tuo rancore.

E quante volte ti sari perso in altre persone con la speranza di senitirti meno solo e più accettato,  riempiendo d’ovatta quel vuoto che rimbomba ancora dentro te.

Troppi amori e passioni oltre quel che tu stesso sapevi di non amare e per sentir meno la paura di scoppiare ti rifugiavi nella sabbia del tuo dolore.

Ogni tuo ostacolo era il trampolino per volare oltre quello che gl’altri potevano immaginare, facendo del tuo orgoglio l’eco di dover arrivare.

Senza limiti infrangevi l’amicizia per raggiungere i tuoi obiettivi e fiondandoti su ogni nuova fiamma ti lasciavi dietro chi asciugava l’umido che si posava su ogni lato della tua anima. 

Realativo, tutto relativo al momento, al bisogno al tuo momento, per poi finire tra le lettere e i frammenti di una tempo che non hai più per me.

marzo 3, 2008 at 8:03 pm Lascia un commento

Nessun ardore, ne’ odio ne’ amore…

Vedo il mondo che cambia intorno a me e un gorgoglio di persone che con le loro storie s’intrecciano in vissuti che io non troverò.

Il tempo scappa via rincorso dai giorni che si alternano come se lo scorre delle ore non significasse nulla per me.

Esisto anch’io continuo a gridarmi nel silenzio del mio didentro e con gl’occhi tristi di colui che di rossor di cuore non si è mai dipinto, corro indietro per non cadere nel vuoto e nel freddo che davanti a me si apre come l’inevitabile.

Senza emozioni cavalco le albe e i miei tramonti, come di una cinta di gelo mi avvolgo per riparare le ferite di un tempo ormai caduto e nel varcar le onde del mio cammino socchiudo gl’occhi per non vedere più me bambino.

Nessun ardore, ne’ odio ne’ amore vive in me o alla mia vita dà sapore.

Con un fascio di pensieri e di creazioni sterro il mio destino, affaticato e deluso mi affanno nell’annodare un debole filo  per creare una trama che non regge nemmeno l’ombra del mio profilo.

10/02/2007 alle 21:38

marzo 1, 2008 at 12:02 pm 1 commento

La tristezza è come il buio, il buio non fa rumore.

febbraio 20, 2008 at 10:09 pm Lascia un commento

Ero forestiero e mi avete accolto…

Mi trovavo a correre a Villa Borghese, tra il profumo dei pini e dell’erba bagnata, mentre il rumore delle mie scarpe che si facevano largo sul brecciolino scandivano il tempo. Avevo lo sguardo puntato verso l’alto come per cogliere di sorpresa il  sole tra i fitti rami che attendevano al riparo l’inizio di quella estate.
Ad un tratto i miei occhi si poggiarono su una ragazza che con disinvoltura intratteneva un piccolo ometto. All’inizo non feci troppo caso alla scena ma poi mentre continuavo a correre qualcosa mi porto’ a girare intorno a quella siepe e a tornare indietro, come attratto dalla malleabile morbidezza di quella scena.
I capelli biondi della ragazza scintillavano come fili d’oro tra la luce calda del mattino. Affascinato dalla sua bellezza mi avvicinai ancora un po’, quando d’improvviso mi cadde l’Ipod scivolato velocemente giù dalla mia felpa. La ragazza alzò lo sguardo verso di me ed il bambino correndo si gettò sull’oggetto misterioso adagiato tra il terriccio.
“Torna qui Mossad, ridallo al signore”, disse la ragazza con accento curioso, guardando in direzione del bambino con gl’occhi accecati dal sole. Io restai fermo per diversi secondi,  come affogato dal brillare di quegl’occhi cerulei che sembravano gocce d’acqua cristallina.
Guardando il piccoletto lo invitai a restituirmi l’Ipod allungando la mia mano verso di lui. “Ciao Mossad, vuoi vedere come funziona?”.
Mossad con i suoi occhioni neri e il suo visetto tondo mi guardò per un attimo e poi fece spuntare i suoi dentini bianchi in un sorriso amichevole e furbetto. Non esitai un attimo ad infossare le mie dita in quella testolina ricciuluta e a consegnare nelle sue manine vellutate le cuffiette nel nuovo giocattolo. In poco tempo Mossad intui’ come andava usato quell’oggetto e rapito dalla musica ad alto volume se ne stava lì a guardare il display. Era diverso dagl’altri bambini, il colore della sua pelle lo rendeva unico nel parco ed i suoi modi pacati lo facevano apparire un ragnetto indaffarato.
La ragazza a quel punto fu costretta ad avvicinarsi a noi e timidamente ringraziandomi si mise a parlare subito con Mossad costringendolo a restituirmi l’Ipod. ” Dai Mossad, è tardi, lo sai che dobbiamo tornare in orario altrimenti non ti lasciano più venire”, continuava a ripetergli la fanciulla sistemandosi i capelli dietro l’orecchio.
I due si allontanorono così dalla panchina e dal vialetto, come due fidanzatini stretti per la mano. Mossad ad un tratto girandosi indietro mi guardò e strizzando l’occhiolino accenno’ un saluto con la mano per poi tornare a saltellare al fianco del suo angelo biondo. Nella mani della ragazza una sola grossa borsa che portava scritto: Ero forestiero e mi avete accolto. Associazione rifugiati.
Sono tornato tante volte in quel posto a quell’orario ma di Mossad e della ragazza non ho mai più avuto notizia. Di loro mi restano solo i ricordi vivi della profondità dei loro sguardi, così diveri nei colori e nelle intenzioni, ma accomunati da un passato forse troppo comune vissuto in guerre consumate in nicchie di terre lontane.

febbraio 18, 2008 at 6:47 pm Lascia un commento

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