L’azzurro lontano
Aprile 5, 2008
In un pomeriggio mentre fuori c’era il sole, sei rimasta a sospirare in quel letto di ospedale, come stremata dopo una lunga corsa. Il viso pallido contornava i tuoi occhioni neri a volte spalancati nel vuoto e a volte chiusi nella gabbia del dolere che ti sdradicava da dentro. Io non ero lì, ma seguivo con ansia e finto distacco il tuo varcar la soglia. Quando poi il pomeriggio si allontanava con la sua nuova luce per lasciar posto alla sera di un sabato di primavera, tu hai lanciato il tuo ultimo saluto per spostarti da quel corpo calvo e martoriato da cellule nemiche, verso il sereno di un azzurro lontano. Il vuoto è tanto, inaspettato, senza voce e nel silenzio di un lago freddo e ghiacciato. Risento la tua voce, le tue risa, le nostre cene in pizzeria, i tuoi consigli e i tuoi abbracci di parole quando scoraggiato portavo gl’occhi in basso. Sarai un treno, te lo meriti, sarai il migliore, mi ripetevi a mani larghe e col sorriso rassicurante mi sfioravi i capelli. L’ultima volta che ci siamo visti era Natale, quando tra le luci di quello che sapevi essere l’ultimo albero, mi confidavi di esser stanca. Tu alla vita eri legata, non volevi lascirci, volevi lottare per rimanere presente, mentre nel profondo del mio silenzio ti invidiavo per il coraggio e mi odiavo per il mio disprezzo per ciò che non volevi lasciar scorrere via. Mi manchi.
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