Un sonno disturbato lascia scorrere via i sogni fusi con i ricordi ed il presente, lascinado spazio al vuoto del risveglio. Le grida del pianto premono sulla gola infilzando il respiro con i suoi artigli, mentre dalla sottile maglia di una tenda, schegge di luce del sole di domenica, arrivano a me come le punte infuocate di una lancia. Le coperte mi avvolgono come unica
salvezza, le mie mani con i pugni chiusi stringono il dolore e la schiena contratta guarda il soffitto bianco che sembra scendere verso me a nascondere ogni colore tra la penombra di questa stanza. Vorrei non alzare più gl’occhi da quel cuscino, dai pugni chiusi far scivolare via le dita lentamente per ridare alla vita tutto quello che ho preso senza orgoglio, mentre sorretto dal sereno scorre lungo il canale che dal braccio arriva al cuore un fluido urente che riconduce ad ogni qualsiasi altro destino.
Maggio 11, 2008
E poi arriva la notte. Col suo velo nero avvolge ogni casa, ogni palazzo e quelli che riconosci nei colori del mattino divengono ombre che disorientano piacevolmente. Il vento dell’estate ancora lontana soffia timidamente seguito ancora da spazzi di gelida nostalgia dell’inverno che stanco e lento piano piano se ne va. I primi fiori nei balconi iniziano a spuntare con i petali ancora verdi e robusti. Le grosse siepi nascondono tra i rami i boccioli bianchi pronti a sprigionare le loro essenze. Quelle finestre chiuse dai vetri freddi si aprono regalando fessure scaldate da tiepide luci del primo pomeriggio. Poi il tramonto tra le nuvole e qualche goccia di pioggia passeggera, regalano un brivido ed un abbraccio al cappotto, mentre un colore di ambra e caramello disegnano i profili di una Roma che non c’è più. E poi arriva la notte. La stessa notte di quando sedevo lì con te, un po’ angelo dalla veste rosso passione, un po’ diavolo dai capelli d’oro, la mia pozione, la mia fragola e panna, la mia primavera tra la nebbia dell’inverno.

Aprile 29, 2008
In un pomeriggio mentre fuori c’era il sole, sei rimasta a sospirare in quel letto di ospedale, come stremata dopo una lunga corsa. Il viso pallido contornava i tuoi occhioni neri a volte spalancati nel vuoto e a volte chiusi nella gabbia del dolere che ti sdradicava da dentro. Io non ero lì, ma seguivo con ansia e finto distacco il tuo varcar la soglia. Quando poi il pomeriggio si allontanava con la sua nuova luce per lasciar posto alla sera di un sabato di primavera, tu hai lanciato il tuo ultimo saluto per spostarti da quel corpo calvo e martoriato da cellule nemiche, verso il sereno di un azzurro lontano. Il vuoto è tanto, inaspettato, senza voce e nel silenzio di un lago freddo e ghiacciato. Risento la tua voce, le tue risa, le nostre cene in pizzeria, i tuoi consigli e i tuoi abbracci di parole quando scoraggiato portavo gl’occhi in basso. Sarai un treno, te lo meriti, sarai il migliore, mi ripetevi a mani larghe e col sorriso rassicurante mi sfioravi i capelli. L’ultima volta che ci siamo visti era Natale, quando tra le luci di quello che sapevi essere l’ultimo albero, mi confidavi di esser stanca. Tu alla vita eri legata, non volevi lascirci, volevi lottare per rimanere presente, mentre nel profondo del mio silenzio ti invidiavo per il coraggio e mi odiavo per il mio disprezzo per ciò che non volevi lasciar scorrere via. Mi manchi.
Aprile 5, 2008
Quante ne hai passate amico mio per colpa di chi diceva di farlo per il tuo bene.
Quando con gli occhi di pianto ti rifugiavi tra le mura della tua stanza per sentire e lottare col tuo rancore.
E quante volte ti sari perso in altre persone con la speranza di senitirti meno solo e più accettato, riempiendo d’ovatta quel vuoto che rimbomba ancora dentro te.
Troppi amori e passioni oltre quel che tu stesso sapevi di non amare e per sentir meno la paura di scoppiare ti rifugiavi nella sabbia del tuo dolore.
Ogni tuo ostacolo era il trampolino per volare oltre quello che gl’altri potevano immaginare, facendo del tuo orgoglio l’eco di dover arrivare.
Senza limiti infrangevi l’amicizia per raggiungere i tuoi obiettivi e fiondandoti su ogni nuova fiamma ti lasciavi dietro chi asciugava l’umido che si posava su ogni lato della tua anima.
Realativo, tutto relativo al momento, al bisogno al tuo momento, per poi finire tra le lettere e i frammenti di una tempo che non hai più per me.
Marzo 3, 2008
Vedo il mondo che cambia intorno a me e un gorgoglio di persone che con le loro storie s’intrecciano in vissuti che io non troverò.
Il tempo scappa via rincorso dai giorni che si alternano come se lo scorre delle ore non significasse nulla per me.
Esisto anch’io continuo a gridarmi nel silenzio del mio didentro e con gl’occhi tristi di colui che di rossor di cuore non si è mai dipinto, corro indietro per non cadere nel vuoto e nel freddo che davanti a me si apre come l’inevitabile.
Senza emozioni cavalco le albe e i miei tramonti, come di una cinta di gelo mi avvolgo per riparare le ferite di un tempo ormai caduto e nel varcar le onde del mio cammino socchiudo gl’occhi per non vedere più me bambino.
Nessun ardore, ne’ odio ne’ amore vive in me o alla mia vita dà sapore.
Con un fascio di pensieri e di creazioni sterro il mio destino, affaticato e deluso mi affanno nell’annodare un debole filo per creare una trama che non regge nemmeno l’ombra del mio profilo.
10/02/2007 alle 21:38
Marzo 1, 2008
Vorrei poter chiudere gl’occhi con la speranza che riaprendoli quello specchio abbia smesso di riflettere un immagine del passato vuoto e colmo di emozioni aberranti.
Vorrei poter chiudere gl’occhi e vedere ciò che non vedo, provare ciò che non vivo.
Vorrei poter chiudere gl’occhi e farmi cullare i un sogno di una esistenza banale e prevedibile come quella di ogni altro.
È ad occhi chiusi che voleri vicino coloro che non riesco ad intiepidire col mio affetto per far sentire loro quello che non riesco a dire.
È ad occhi chiusi che mi addormenterei con la consapevolezza di custodire la chiave di un futuro migliore, col piacere del risveglio col sole del mattino invece che nel freddo della notte.
È ad occhi chiusi che varcherei quella linea che mi fa stare da questo lato pur strappando il dolce di ciò che fa peccato.
Con gl’occhi serrati attraverserei l’ostacolo che ci separa da ciò che pensiamo di conoscere e ciò che non conosciamo, riposando finalmente nel sereno oltre quel confine che più non temo.
Febbraio 17, 2008
Eccomi, sono qui.
Sono quelle mani che stavi cercando, sono quegli abbracci che stavi aspettando, quelle carezze che volevi da tempo.
Eccomi finalemnte da te, mi volevi sicuro, mi volevi comprensivo e persuasivo, sono qui e non smetti di guardarmi, di studiarmi, di dirmi con i tuoi occhi morbidi che vuoi me. Mi sorridi e ti soffermi ad ascoltare le mie parole. La mia voce è la melodia più bella che potessi sentire e quando poi mi fermo segui con i tuoi occhi la linea delle mie labbra bramando con desisderio i miei baci.
Io sto giocando, io sto affogando in te quello che non ho. Sto accarezzando i capelli di un’altra, sto immaginado il sole che vorrei e la passione che non mi dai. Sto solo strappando un’altra sera al tempo che avrò da attendere prima di incontrare lei. Dammi quello che mi farà sentire il vento caldo e farà del mio respiro affanno, poi sparici e porta via con te il buoi di questa notte.
Febbraio 12, 2008
Chiesi Lui di non farmi sognare i mostri che correvano tra le camere della mia mente di bambino, ma quei mostri me li ritrovai a camminare dietro me.
Chiesi Lui di non farmi piangere più per le delusioni che i grandi sanno dare ai piccoli, ma mi ritrovai a ridere di loro.
Con le manine giunte chiesi Lui tra i banchi di un asilo di farmi crescere forte e coraggioso, mentre ora mi piego sotto il peso di un cielo senza azzurro.
Chiesi Lui di non privarmi mai dell’amore dei miei genitori e di lasciarmeli sempre vicino, ma me li strappò proprio quando ne avevo più bisogno per ridarmeli invecchiati quando ad aspettarli non c’era più quel bambino ma un uomo ferito.
Chiesi Lui di farmi viaggiare per le coste frastagliate di questo mondo, ma ora la mia anima non vuole più tornare perché persa in luoghi a cui non appartengo.
Chiesi Lui di affiancarmi la donna della mia vita, ma a lato mio giace solo la disperazione del passato senza gioia per il mattino.
Chiesi Lui di regalarmi un amico che fosse il sole del mio inverno, ma mi ritrovai un pacco che non posso scartare.
Chiesi Lui di non farmi più svegliare e di render ieri l’ultimo giorno della mia stagione, invece oggi sono qui a tramare nel vuoto che riempie ogni spazio dentro me.
Dio non esiste oppure gioca a dimenticarsi di noi sventolandoci pericolosamente sulle punte acuminate della nostra esistenza.
20/11/2006 alle 21:31
<!– –>
Febbraio 8, 2008